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Il carcere e la città, la presentazione a Palazzo Valentini. Michetelli: “ripensare le misure detentive e investire nel recupero”

10 Giugno 2026

A Palazzo Valentini la presentazione del testo a cura di Fabio Benincasa “Il carcere e la città”: un testo che esplora le relazioni tra spazio urbano, socialità e detenzione, intrecciando le diverse prospettive del diritto, della sociologia e dell’urbanistica.
A portare i saluti del Sindaco Gualtieri, la Consigliera delegata a Bilancio e Patrimonio di Città metropolitana Cristina Michetelli. All’incontro sono intervenuti oltre al curatore tre delle autrici, Natalia Agati, Serena Olcuire, Francesca Stanizzi, con le conclusioni Stefano Anastasia, Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio.
Un modo di esplorare il rapporto tra architettura carceraria e tessuto urbano e il diritto alla città anche per chi è detenuto.
“Abbiamo scelto di mettere il tema del carcere al centro del dibattito pubblico, pur non avendo competenze dirette in materia, perché riteniamo che la condizione delle persone private della libertà riguardi l’intera comunità e sia un indicatore della qualità della nostra democrazia.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a una progressiva criminalizzazione del disagio sociale. Il sistema penitenziario viene sempre più utilizzato come risposta alle paure e alle tensioni della società, mentre si riducono gli investimenti nella prevenzione, nell’educazione, nei servizi sociali e nelle politiche di inclusione. Eppure i dati ci mostrano che i reati più gravi sono in diminuzione e che non viviamo una fase caratterizzata dalle grandi emergenze criminali del passato. Nonostante questo, la popolazione detenuta continua a crescere, superando oggi le 64 mila unità, circa la metà con pene inferiori ai tre anni. E di queste solo 3000 hanno accesso a percorsi formativi o professionalizzanti. Per questo è necessario ripensare radicalmente il rapporto tra carcere e città. Dobbiamo chiederci non soltanto come le persone entrano in carcere, ma soprattutto come ne escono. Una società più sicura non è quella che accumula detenuti, ma quella che riduce la recidiva attraverso percorsi di reinserimento, formazione e lavoro.
Anche il tema degli spazi è centrale. Una detenzione moderna richiede luoghi adeguati per lo studio, la formazione professionale, il lavoro, gli incontri con i familiari e il diritto all’affettività. Esistono esperienze positive, come quelle che hanno permesso la nascita di attività produttive all’interno degli istituti penitenziari, ma restano eccezioni. Troppo spesso le carceri sono strutture obsolete, insalubri e isolate dal tessuto urbano. La scelta di costruirle lontano dai centri abitati non è stata dettata soltanto da esigenze organizzative, ma anche dalla volontà di rendere invisibile una realtà che preferiamo non vedere. Una sorta di prolungamento estremo delle periferie, al cui tessuto urbano e sociale sono spesso strettamente collegate. In Assemblea Capitolina abbiamo affermato un principio politico chiaro: le carceri di Roma devono essere considerate il sedicesimo municipio della città. Le persone detenute restano cittadine e cittadini titolari di diritti fondamentali e devono poter accedere, per quanto possibile, alle stesse opportunità garantite al resto della popolazione.
Allo stesso tempo, serve un cambio di paradigma politico che punti davvero alla riduzione della popolazione detenuta, attraverso strumenti come l’indulto, il rilancio misure alternative come le case territoriali di reinserimento sociale, valorizzando la proposta legislativa già presentata in Parlamento e la promozione una rete territoriale di strutture capaci di accompagnare concretamente le persone nel percorso di ritorno alla vita sociale, rivitalizzando il rapporto stabile tra istituzioni, terzo settore e comunità”, ha dichiarato la consigliera Michetelli nel suo intervento.